Mina vacante

Square

Il posto da campione è libero, occuparlo è l’obiettivo primo.

Una vecchia videocassetta riposa beata nella stiva di uno scaffale. La polvere sosta sul suo addome, ma il tempo non ne ha logorato l’essenza che – ancora accesa – perdura negli anni. Ella racconta del mondo antico, della Grecia che fu, della storia che trasudano gli evocativi nomi affibbiati ad ogni rampollo vissuto in quel periodo storico. Eustachio, Demetrio, Gregorio, e così via. Già, Gregorio, o meglio Grigor, o meglio ancora Grisha. Sveglio, pronto, come racconta l’etimologia del nome in questione, eppure non sempre la storia ha ragione sui propri discepoli.

Pronto, Grigor Dimitrov, probabilmente, non lo è mai stato. Non tennisticamente, ci mancherebbe altro, quanto mentalmente e caratterialmente, con una critica graffiante che lo ergeva a futuro campione già dopo i primi colpi sgorgati dall’ovale di una racchetta. Troppe aspettative gravavano sulla sua schiena gracile del nativo di Haskovo, il quale è più volte “crollato” – durante la sua carriera – sotto i colpi incessanti delle responsabilità.

E’ il 1° Gennaio 2007, e l’Unione Europea abbraccia Romania e Bulgaria – seppur con precise direttive – nel proprio continente, dopo il tentativo fallito risalente a 3 anni prima; nella fetta orientale della penisola balcanica non si parla d’altro, è un punto di svolta. Politicamente soddisfatta, la Bulgaria si appresta ad incassare speranze anche in campo sportivo: emerge dall’arido movimento tennistico maschile Grigor Dimitrov, un talentuoso 16enne che si barcamena con successo nel fatato ed infido mondo dei tornei minori. Una dimensione che non gli appartiene, lapalissiana la previsione di vederlo presto in palcoscenici ben diversi. Difatti il ragazzo brucia le tappe, e nell’anno venturo è già impegnato a difendere i colori della propria nazione in Davis. Un 2008 che lo consacra a livello giovanile; titolo a Wimbledon, titolo agli US Open, e N°1 a livello juniores, che entro fine anno lascia per raggranellare importanti punti ATP. Il circuito freme, sa di avere tra le mani un diamante grezzo, un futuro campione già certo. Lui incassa i complimenti, e ringrazia, è consapevole di poter far saltare il banco nel giro di poco tempo. Il dritto spinto – frustata di solo polso – con quel tocco liftato difficile da decifrare, il celestiale rovescio ad una mano giocato in tutte le salse – con il movimento del braccio che disegna un’iperbole – le continue variazioni, la capacità di districarsi ottimamente a rete. Qualità eccelse, per un giocatore che – nel 2009 – timbra la vittoria contro Berdych – allora N°23 – prima di sentirsi ilota del proprio talento negli anni seguenti.

L’aria scanzonata che lo contraddistingue si eclissa con l’avvento di Rasheed nel 2013, il quale baratta il mero talento con un tennis prettamente pragmatico ed a volte monotono. Meccanica dei colpi base meno accentuata, visibile soprattutto sul dritto; piatto e violento. I voli pindarici degli addetti ai lavori sbattono contro la dura realtà; Dimitrov raccoglie le briciole nei tre anni successivi – risultato più importante la SF a Wimbledon – mentre sbiadisce pian piano il paragone con Federer. La critica lo attanaglia, e lui si ritrova in un vortice di disillusione nel quale è difficile non annegare. Parentesi insignificante con Davin – ora coach di Fognini – prima di far arrivare al suo capezzale un coach sottovalutato da molti: Dani Vallverdu. Quest’ultimo lavora meticolosamente sull’aspetto psicologico e caratteriale del suo assistito, rendendolo totalmente avulso da etichette o dogmi: niente gabbia tattica, niente scopiazzamenti vari dallo svizzero. Dimitrov è unico, non c’è bisogno di un alter ego costruito. Evidenzia il dritto, colpo che torna ai fasti originari: frustata decisa, leggermente accarezzata sul finale, con la testa della racchetta che regala spin al colpo, così da fortificarlo sugli scambi lunghi. Appresta migliorie anche al rovescio, puntellando il footwork – troppe volte controproducente o improvvisato – e permettendo così al bulgaro di sciorinare un colpo deciso ed ampio. Importanza maggiore al lavoro verticale, a rete; Vallverdu qui gli lascia carta bianca data l’enorme arsenale a disposizione. Chiude il 2016 con la 17° posizione in tasca, per l’anno venturo obiettivo top ten e tornei rilevanti. Dimitrov parte a razzo; porta a casa i 250 di Brisbane e Sofia – torneo di casa – viene fermato solo da uno strepitoso Nadal in SF nello Slam australiano. Magri risultati sul cemento americano e su terra, ritorna parzialmente sull’erba. Il primo turning point della stagione si consuma al Western & Southern Open, 1000. Dimitrov gioca un tennis bello ed accorto, vince e convince. Approfitta della moria di campioni per issarsi in finale e battere Kyrgios. E’ il trofeo più importante della sua carriera, gioia dilagante. Delude agli US Open, ma racimola piazzamenti importanti nei tornei antecedenti alle ATP Finals. Arriva da N°6 del seeding in forma smagliante, vince tutte tre i match del Round Robin, sconfigge Sock in SF – in rimonta, dopo aver perso il primo – e cuoce a fuoco lento un redivivo Goffin in finale. Dimitrov si laurea “Maestro”, onorificenza di grande valore. Raggiunge anche il podio, è il nuovo N°3 del tennis mondiale.

Ora, nel 2018, il compito è assai tortuoso, pieno d’insidie; Dimitrov saprà confermarsi e – perché no – migliorarsi? Ai posteri l’ardua sentenza.

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