IL TEMPO E’ TIRANNO: TIC TOC ON THE CLOCK

Square

Nell’eterno ping pong tra l’anglosassone Toronto e la francofona Montreal (da pronunciare Monreàl o per noi italiani, al limite, così come si scrive, ma mai nel turpe modo in cui fanno gli americani e cioè Montrial,sigh sob…) è alla prima città che tocca l’onere e l’onore di organizzare quest’anno l’Open del Canada, torneo tra i più antichi del mondo dato che si disputa dal 1881, pensate un po’.

Scripta manent verba volant, decretava la saggezza romana, fin quando il sempre pragmatico Rino Tommasi evidenziò a ragione che dall’apparire del mezzo radiotelevisivo e quindi dellle registrazioni audio/video anche i verba manent; figuriamoci ora che nell’era in cui imperano i socials il concetto si è amplificato a dismisura e ne faremo volentieri a meno ad essere del tutto onesti…

…ma sto divagando, al solito, per arrivare ad un altro detto latino che sembra ora essere del tutto fuori luogo almeno nel piccolo grande mondo del tennis: tempus fugit. Eh no che non fugge più ! Perché il tempo è prezioso, non si ha più tempo da perdere (tempi bui e grami, appunto…) e il tempo è denaro come ripeteva sempre come un mantra Paperon de’ Paperoni. Così, affinché lo show non perda nemmeno un millisecondo della sua vitalità, ecco che dal torneo di Toronto si è deciso di introdurre il famigerato shot clock, da tanti invocato e da altrettanti detestato.

Detto all’inglese l’espressione risulta un tantino aulica e pomposa, ma si tratta solo di un display luminoso atto a scandire i fatidici 25 secondi che al massimo sono consentiti al servitore tra un punto e l’altro e che decorrono dal momento in cui il giudice di sedia annuncia il punteggio.

Abbiamo assisto ad una “rivoluzione” che si è rapidamente trasformata nell’invenzione dell’acqua calda: sui duri campi in cemento del Canada ho notato tennisti che scrutavano con finta noncuranza l’orologio mentre implacabile mostrava il conto alla rovescia e affrettarsi a velocizzare i tic che caratterizzano la preparazione alla battuta di ogni professionista che si rispetti. Una toccatina qua e là a parti del corpo e indumenti più rapida, un palleggio in meno, un’asciugatina più superficiale del solito e i tempi canonici sono stati rispettati senza patemi d’animo dai più.

C’è stata qualche sterile polemicuccia sugli sporadici sforamenti, arbitri fin troppo zelanti hanno decretato il time violation al fatidico scoccare dello zero quando il malcapitato tennista di turno era pronto ad alzare la palla e dare inizio al gioco.

Tuttavia, in fin dei conti, tutto si è risolto senza grossi problemi e la tanto strombazzata novità che avrebbe messo in riga i “furbetti del ritardo sistematico” è stata assimilata alla svelta . Gli atleti si sono adeguati, volenti o nolenti, e il maledetto countdown non ha procurato troppi danni, anzi praticamente nessuno. Allora, mi domando: c’era proprio bisogno di avere questo orologio/mannaia in campo ? E se in futuro qualche burocrate ottuso dovesse ammonire per tre volte un giocatore per questa irregolarità quest’ultimo rischierebbe la squalifica dal match ? Mi parrebbe quantomeno eccessivo. Il tempo sarà galantuomo e chi vivrà vedrà…

L’infallibile legge del contrappasso ha voluto che alla fine il vincitore di Toronto fosse proprio Rafael Nadal ! Il fedifrago, lo smutandatore seriale, la pietra dello scandalo, colui il quale tracimava subdolamente i celebri 25 secondi di continuo, se si prendono per buone le accuse dei suoi feroci detrattori. Per non parlare dell’altro reo impenitente: l’indomito palleggiatore Novak Djokovic, che avrebbe dovuto senz’altro penare alquanto per rimanere entro i limiti e il suo gioco ne avrebbe notevolmente risentito ! Sapete come è finito il torneo di Cincinnati, per caso?

Ahimé, ho nominato i “nomi degli assassini” forse un po’ troppo presto, ma perdonatemi: sto scrivendo di getto, così come viene.

Andiamo per ordine. Roger Federer sceglie di non ripercorrere la cattiva strada dell’anno scorso quando in preda a furore agonistico ed eccessiva brama da “reconquista” del trono ATP decise di partecipare all’Open del Canada rimettendoci schiena e possibilità di successo finale a New York. Stavolta salta e guarda il torneo in tv. Un modo piacevole di passare il tempo.

Il toro di Manacor ri-debutta, se così si può dire, sul duro. Nadal ha trascorso sei mesi di felice e ben produttiva latitanza su terreni più consoni e amichevoli. Infatti, dopo il ritiro nell’ Australian Open in quel di Melbourne, Rafa si è ben guardato da calcare di nuovo il vil cemento e si ripresenta qui in Canada senza parametri di riferimento solidi e rassicuranti.

Quando però uno è un fenomeno lo è a tutto tondo e anche se ha dovuto a tratti penare è riuscito a conseguire il suo 33esimo Masters 1000 (super record), ottavo sul cemento all’aperto e primo successo su questa superficie da cinque anni a questa parte (Cincinnati 2013). Ha disposto senza fatica del sulfureo Paire, ha faticato contro un redivivo Wawrinka, è stato bistrattato da un Cilic in gran spolvero a cui, al solito, è mancato un centesimo per fare un euro, oppure, proseguendo nel leit motiv di questo bizzarro articolo, un secondo per fare un minuto: al momento topico si squaglia e lascia campo libero all’avversario e Nadal non è uno che esita quando c’è modo di prendere il sopravvento in un match.

In semifinale Rafa ha sofferto qualche patema di troppo contro un Khachanov che ha fatto e disfatto. Il tennis del cosacco è basilare: tira tutto, quando gli entrano i colpi incassa il 15, quando gli escono li concede. Sfortuna, o meglio mera logica vuole, che a quelle stratosferiche velocità le palle che vanno fuori siano più di quelle che restano in campo così il rozzo Karen ha fatto un sacco di vincenti, ma l’incontro lo ha portato a casa Rafa. Of course.

“Chi ha tempo non aspetti tempo” è forse uno dei motti inconsapevoli di Rafa che non è certo propenso a concedere il lieto fine alla favola dell’incredibile settimana del suo avversario: il giovanotto greco Stefanos Tsitispas.

Già, perché il vero e assoluto protagonista del torneo è stato lui. Un tipetto curioso, ancora magrolino, dallo sguardo a volte acuto, ma altre volte perso nel nulla. Un look alla Jesus Christ Superstar, dal servizio micidiale, dal rovescio ad una mano magico, dal dritto decente che però si “comporta” fin troppo spesso come un cagnolino ribelle al guinzaglio: va dove gli pare. E’ ispirato da un innato istinto, sia benedetto per questo, alla discesa a rete ed è dotato di dolce tocco con cui ricama volée sopraffine, sdegnando, nei limiti del possibile, i rudi schiaffi al volo tanto di moda tra i suoi disgraziati coetanei. Che ci sia speranza per simili prodigi anche nel prossimo futuro ? Il tempo svelerà l’arcano…

Come una Alice che segue il Bianconiglio nella sua tana, Tsitsi non pensa certo di essere “in ritardo” nella sua evoluzione tennistica, ma riesce con coraggio e sfrontatezza a sconfiggere ben quattro top ten per raggiungere la finale ribaltando anche situazioni al limite dell’impossibile: dopo un “normale” primo turno contro il bosniaco Dzhumur, deve fronteggiare il numero sette del mondo, Dominic Thiem che a giudicare dai risultati sul cemento continua a spendere senza costrutto il suo tempo sui campi veloci. Che ci sto a fare qui ? Sembra dirsi l’austriaco e Tsitsi lo aiuta gentilmente a dissipare gli ultimi dubbi regolandolo in due parziali.

Dopo di che negli ottavi il greco perde il primo set dal re di Wimbledon Djokovic, nel secondo si arriva al tie break e riesce a spuntarla in volata, nel terzo prende il sopravvento e come un campione navigato estromette un Nole meno scorato del solito che accetta la sconfitta con signorilità.

Altro giro altra corsa, Alice / Tsitsi festeggia il suo ennesimo non-compleanno: si tira su da una buca profonda come la fossa delle Marianne. Nei quarti è sotto di un set e 4-1 nel secondo contro il diligente e preciso russo di Germania Zverev nonché detentore del titolo, ma recupera e si erge al tie break, lo conquista dopo una lunga ed emozionante battaglia per 11 punti a 9. Il Pioppo si disunisce, arranca e si fa prendere dalla solita isteria immatura, perde la bussola, i nervi cedono ed ecco che il primo a tagliare la linea del traguardo e Tsitsi, ancora una volta ! Soprassediamo sul cattivo comportamento da bambino viziato mostrato da Sascha in conferenza stampa che non ha dato troppo credito ai meriti del suo avversario. Bisogna crescere ed essere sportivi anche e soprattutto nella sconfitta, caro Zverev. E’ tempo.

Dopo di che a tentare di sbarrargli la strada verso la finale, Tsitsi trova Struzzo Anderson. Inutili e vani sono gli sforzi del sudafricano, il ragazzo gioca su una nuvola: altri due tie break, altro match vinto sul filo, emozionante, intenso, inaspettato.

Il redde rationem per Alice / Tìsitsi arriva all’atto conclusivo: proprio il giorno in cui compie vent’anni l’epilogo è triste e senza gloria. Non c’è modo di diventare ANCORA PIU’ GRANDE tramite pozioni o cibi di alcun tipo; se c’era stato modo di addomesticare lo Stregatto (o Bruco fumatore, nella versione originale del romanzo di Lewis Carroll) Nole e di far impazzire ancor di più il Cappellaio Matto Sascha, Stefano deve infine arrendersi alla sua sorte e tornare piccolo e devotamente ubbidiente al ruolo che gli spetta: quello dello sconfitto in finale di fronte alla crudele Regina di Cuori qui interpretata dal malefico Rafa. Nadal in campo, si sa, è senza cuore, spietato e affamato di vittorie come un esordiente, quindi vuole ed ottiene la testa del povero greco. 6-2 il primo set senza storia, ma nel secondo con un moto d’orgoglio Tsitsi lo porta al tie break, soccombendo dignitosamente. Fine dell’incanto, ma è stato un bel sogno o felice verità ? Abbiamo assistito allo sbocciare di un grande campione oppure si tratta di una prestazione sontuosa, ma destinata per ora a rimare isolata ? Il tempo (o la notte ? Boh..,) porta consiglio e ne sapremo di certo di più….tra qualche tempo.

Tsitsipas si risveglierà in una radura poco verde, tanto grigia e per nulla fatata e tornerà alla cruda realtà; non è il Canada, ma l’Ohio. Non è Toronto, ma Cincinnati. Va fuori al primo turno spossato dalle grandi fatiche della settimana appena trascorsa e colpito dall’implacabile sentenza della Legge Tommasi. Ma questa è un’altra storia e abbiamo modo e tempo di parlarne…proprio adesso.

Stiamo qui a perder tempo ? Niente affatto e senza soluzione di continuità si passa la frontiera e si va appunto a soffrire il caldo umido di Mason, periferia di Cincinnati, competizione anch’essa di nobile lignaggio fin dagli esordi nel lontanissimo 1899.

Il successo finale a Toronto non era stato messo in preventivo e quindi per non compromettere con un secondo impegnativo 1000 l’imminente Flushing Meadows il saggio Nadal rinuncia a partecipare al torneo statunitense. E’ tempo di riposo.

Roger dà il cambio a Rafa ed è pronto invece a scendere in campo, ma va incontro ad una settimana molto problematica. Il meteo fa i capricci e durante questa seconda parte di resoconto estivo sarà proprio il cattivo tempo a decretare le sorti del torneo.

Tra scrosci di pioggia intermittenti e impertinenti e temporali veri e propri si procede a singhiozzi fin dai primi turni, a metà settimana il perdurare del maltempo costringe gli organizzatori a programmare un tour de force per i tennisti rimasti in gara: ben sei ottavi di finale su otto devono essere disputati di venerdì costringendo i vincenti al doppio turno giornaliero.

Gli unici che fanno…in tempo a giocare il giovedì sono Raonic (supera il connazionale più giovane Shapovalov) e Carreno Busta (lascia solo sei games ad Haase).

Federer aveva battuto quasi in scioltezza, ma senza brillare il tedesco di origini polacche e dal cognome impronunciabile Gojowickz ed ora deve affrontare nell’impegno mattutino il discreto Leo Mayer. L’argentino non fa nemmeno in tempo a rendersi conto dove si trovi che viene subito travolto con un eloquente 6-1. Come spesso gli accade Re Roger detto il Compassionevole non mostra la giusta ferocia nel dare il colpo di grazia all’avversario ormai moribondo, si distrae e trascina il secondo set fino al tie break che comunque porta a casa rischiando però di allungare il match al terzo e decisivo set. Sarebbe stato tempo perso, in modo inopportuno.

Wawrinka si sbarazza rapidamente di Fucsovics. Che stia tornando quello di un tempo ?

Anche Del Potro aveva saltato la trasferta canadese e dopo la formalità dei sedicesimi contro il Bimbo Sperduto Chung, affronta Nick Kyrgios. Il pazzo australiano alterna momenti di alta scuola a tratti di incomprensibile superficialità. Ormai lo conosciamo. Delpo lo conosce meglio di noi e trascinandosi per il campo come un perditempo col suo passo sornione attende le sempre puntuali amnesie tecnico-tattiche e mentali del Mentecatto per colpire rapido e sicuro. Juan Martin incamera il tie break del primo, Kyrgios riesce a far quadrare il suo “gioco” (o qualunque cosa sia il tennis per lui) nel secondo set, ma poi alza bandiera bianca: probabilmente ha ritenuto che il tempo da dedicare alla “professione” per oggi sia concluso e lascia spazio all’argentino che fa sua la partita senza ulteriori difficoltà.

Toh, chi si rivede: il redivivo Goffin pialla sorprendentemente Kevin Anderson. Dove eri finito folletto ? Quanto tempo è passato !

Marinone invece si aggiudica il tie break del primo set contro Khachanov, il russo approfitta della solita pausa di riflessione (diciamo così…) del croato che poi si ridesta e ritrova la retta via: 6-4. Quanto tempo ci metti Cilicio a vincere i tuoi match, però !

Il prode Dimitrov ha trionfato da queste parti dodici mesi orsono, quindi, per i suoi standard, tanto tanto tempo fa…All’epoca Nole era ancora desaparecido; stavolta, ahilui, c’è e non sembra messo male. Dopo un primo set in cui annichilisce il serbo, Dimitrov torna buono buono nei ranghi. Djokovic trova tempo e misura dei colpi e si aggiudica i successivi parziali.

E’ tempo di quarti:

Federer – Wawrinka, derby svizzero vissuto in tre tempi. Nel primo Stan mazzola e Roger arranca. Nel secondo Roger inquadra il campo e Stan no, ma nonostante questo va ad un passo dal successo. Nell’ultimo Stan scoppia e Roger ringrazia. 6-7 7-6 6-2. Non è ancora giunto il tempo per un ritorno in grande stile di Wawrinka. Federer è in semifinale.

Spossato dalle fatiche del doppio impegno, Del Potro non sembra in grado di impensierire più di tanto un pimpante David Goffin…però fa in tempo ad issarsi al tie break nei due set, cedendo in entrambe le occasioni.

Marin Cilic non può perdere contro Carreno, ma lo spagnolo è un osso duro e non vuole abbandonare il campo… prima del tempo: perde di un soffio il primo set al tie break e cede solo 6-4 nel secondo.

Djokovic ha una brutta gatta da pelare: Raonic sembra essere in buone condizioni, però è un altro di quelli che ha il vizietto di mollare sul più bello e infatti il canadese perde il primo set in volata 7-5. Nole però è costretto a sciupare… tempo prezioso. Anche per lui il doppio incontro diventa un’impresa faticosa, per giunta il suo avversario ne è stato dispensato. Milos, più fresco, lo sopravanza nel secondo set, ma il nuovo Nole, forse non quello di un tempo, ma sicuramente nemmeno quello di poco tempo fa, non ci sta a perdere e si impone nel terzo set con il punteggio di 6-3.

Inaspettatamente…si è fatto in tempo: il tabellone miracolosamente si è riallineato al programma tradizionale. Il sabato si disputano le semifinali. Prima Nole poi Roger. Vado subito al sodo: entrambi vincono.

L’incontro tra ex-jugoslavi con Cilic non è certo privo di difficoltà per Novak. Cilic picchia duro, Nole resiste e riesce a prevalere di misura 6-4. Cilic non si dà per vinto, riparte a spron battuto e il serbo accusa: 5-1 per Marinone nel secondo. Cilic però non chiude subito e concede altro tempo a un Nole che sfrutta questo surplus di set per far perdere energie preziose all’avversario. Cilic incamera il set per 6-3 dopo aver restituito uno dei due break, ma nel terzo le geometrie e la solidità di Djokovic hanno la meglio, restituisce il 6-3 al croato e si qualifica meritatamente per la finale. Cilic rimandato ancora una volta… a tempi migliori.

Federer parte bene, ma guardingo, contro Goffin. Gioco scarno da entrambi le parti. Si ha l’impressione che lo svizzero non spinga sull’acceleratore più di tanto, il dritto funziona leggermente meglio rispetto a Wimbledon (guai se non fosse così !), ma tituba nel colpirlo a pieni giri. In queste condizioni Goffin può rivaleggiare alla pari con Roger. Si giunge al tie break e l’equilibrio si rompe. Qualche sospetta defaillance del belga unita ad un’incisività maggiore di Roger fanno pendere decisamente la bilancia dalla parte dell’elvetico che si impone 7-3. Dopo di che…è tempo di Medical Time Out: male alla spalla per David che aveva già evidenziato qualche problema al servizio, si ricomincia e Goffin non sembra denotare particolari difficoltà durante gli scambi, salva la battuta con pregevoli colpi, ma nel terzo gioco, sull’1-1, dopo una prima palla decisamente lunga decide per l’abbandono tra la delusione generale. Ritiro precauzionale in vista degli US Open ? Francamente lo giudico eccessiva come decisione, solo lui sa come realmente stava e quali erano le sue condizioni, ma non sembrava messo così male. Se l’infortunio è serio tempo per riprendersi in vista dello slam ce n’è ben poco…

Sta di fatto che la finale sarà Federer – Djokovic: sarà l’ottavo sigillo per Roger o il primo successo per Nole a completare la sua invidiabile collezione di Masters 1000 ? Mettetevi comodi, tra poco tempo lo saprete.

La partita è chiara limpida e cristallina, un libro aperto di facile lettura anche agli occhi meno esperti. Federer fatica a tener testa a Djokovic. L’esordio alla battuta è subito problematico, rischia il break in avvio, poi si mantiene a galla con ace e servizi vincenti. Il serbo però è più tonico e reattivo, comanda lo scambio dato che la sua palla viaggia più veloce, più potente e profonda. L’equilibrio si spezza sul 3-3, un gioco lungo e laborioso in cui Roger cede a causa anche di grossolani errori di dritto, un doppio fallo e una conclusiva, goffa e fatale stecca di dritto (a momenti non becca la palla). Si prosegue così fino all’inevitabile 6-4.

Il pilastro del suo gioco, cioè il dritto con cui dovrebbe innestare i suoi letali uno-due latita e sfarfalla, non può così giocare d’anticipo, si nota sempre più nettamente una macchinosità negli spostamenti laterali. Nole non è perfetto, ma ci mette il suo: linearità diligenti, lunghezza di colpi, recuperi estremi, lungo linea di rovescio da applausi e risposte in allungo al fulmicotone. E sembra proprio quest’ultima la chiave di volta: Djokovic risponde sempre, Federer quasi mai. Il match prosegue “banale e crudele” allo stesso tempo, a tratti c’è un sol uomo in campo. Se Roger prova a variare con qualche disperata discesa a rete si ritrova quasi sempre ad affrontare un passante saettante al corpo. Non avendo la reattività necessaria per far spazio alla palla e imbastire una volée decente l’esito finale dello scambio è facile da immaginare.

Il secondo set si apre con un timido spiraglio: Nole si distrae e concede la battuta. Federer va sul 2-0, ma poi il match torna in mano al serbo che riappaia subito il suo avversario. Gli errori sono sempre più numerosi, a Djokovic non resta che raccattare i punti e allungare ancora una volta di un break. A metà set appare una statistica impietosa: tra i tanti numeri, a volte inutili e fuorvianti, che analizzano un incontro ce n’è uno che non mente mai, vale a dire il numero di punti vinti sulla seconda di servizio, chi è in testa in questo confronto vince praticamente sempre il match. Ebbene, Djokovic è sopra a Federer di quasi il 30%. Un abisso che fa evaporare ogni residua speranza di un improbabile ribaltamento della vicenda anche al tifoso più incallito dello svizzero. Federer si spenge sempre più, Djokovic domina incontrastato. Il secondo set si chiude con il punteggio del primo, ma è un doppio 6-4 anche troppo “stretto” per quello che si è visto in campo.

In estrema sintesi queste due settimane ci hanno detto che Nadal e Djokovic sembrano gli indiscussi favoriti degli US Open. Il tempo ci dirà se questa indiscutibile evidenza sarà smentita da fatti sorprendenti.

Il tempo passa senza chiedere il permesso e presenta il conto a tutti: penso che Federer, seppur deluso, cominci a metabolizzare il concetto. Quest’anno qualcosa non ha funzionato come nel miracoloso 2017. Giocare poco è cosa saggia alla sua veneranda età, ma c’è il rischio di non trovare il ritmo partita, tornare a giocare più spesso significherebbe impiccarsi con le proprie mani: dilemma inestricabile, temo.

La ricerca del tempo perduto per Djokovic sembra conclusa: tempo e vittorie sono ritrovate anche non incantando, un gran bel segnale. Dopo il record dei quattro majors consecutivi, ottiene anche l’en plein nel circuito dei 1000. Due primati difficilmente eguagliabili a breve da qualcun altro. Nello sport si utilizza spesso impropriamente l’espressione: “quell’atleta ha vinto tutto quello che c’era da vincere…”. Ebbene, adesso per Djokovic l’affermazione vale letteralmente. Ed è cosa assai rara.

Nadal attende sornione, la sfida senza tempo tra i tre continua e alla fine si saprà con certezza chi sarà tra loro il più forte…di tutti i tempi ? Penso di no.

 

APPENDICE FINALE: volo con la fantasia a Washington e depongo un fiore virtuale sulla tomba di Dwight Filley Davis, creatore dell’omonima Coppa nell’iconico anno 1900. Me ne sto lì impalato e in imbarazzo perché non so come cominciare, ma in qualche modo dovrò pur dargli la ferale notizia. Mi faccio coraggio e gli dico: “Caro Davis, ce l’hanno infine fatta: hanno ucciso la tua figlia prediletta. La tua mirabile invenzione”. Non mi ha risposto. Forse non aveva nulla da dire, forse è meglio tacere davanti allo scempio consumato.

Per anni quello che era il Campionato del Mondo a Squadre ha suscitato emozioni estreme, rivalità intense, incontri epici ed infiniti. Da anni era uno scomodo intermezzo che rovinava i piani di tennisti sempre più robotizzati, schiavi di orpelli più o meno importanti come punti ATP, programmazione ultrà mirata, egoistici e personalissimi interessi, entusiasti di fare di loro stessi “corpi da business”. Per anni la Davis ha regalato l’immortalità tennistica a generazioni di atleti, ora era diventata solo una competizione che i migliori sfuggivano come la peste soprattutto dopo averla vinta almeno una volta.

Finisce così, dopo 118 anni di gloria assoluta. Viene sostituita tra il plauso convinto e biecamente interessato delle federazioni nazionali e qualche mugugno che suona falso come lacrime di coccodrillo di numerosi tennisti, da una formula leggera rapida e indolore: una settimana a fine anno in cui andranno a competere diciotto nazioni divise in sei gironi da tre per disputare il neonato trofeo dai quarti di finale in poi. Una competizione già definita in modo disgustosamente pacchiano dal presidente dell’ITF David Haggerty “un gran galà” del tennis mondiale, che gli Dei della Pallacorda possano perdonarlo per tanta crassa ignoranza della storia del nostro nobile sport. Io non lo farò.

Perché si è giunti a questo ? Perché vagonate di denaro hanno “convinto” gli apparati ad approvare questa “riforma”. La Coppa Davis obsoleta si poteva trasformare in una manifestazione biennale o meglio ancora quadriennale che diventasse nell’occasione l’evento centrale della stagione alla pari dei tornei dello slam, magari da disputare in club di grande richiamo e su tutte e quattro le superfici sacrificando in qualche modo il calendario dei Masters 1000. Soluzione più rispettosa e degna, ma nemmeno presa in considerazione perché molto meno redditizia e così si è giunti a questa catastrofica decisione.

Con la fine della Coppa Davis va al macero per sempre un pezzo significativo del lato romantico e poetico del tennis, non è più tempo di eroi, la scena è in mano agli incantatori di serpenti che ipnotizzano con l’irresistibile richiamo di fruscianti verdoni. Povera e cara Coppa Davis è tempo di morire. La storia, con una ESSE che più minuscola non si può, ti ha uccisa. Per sempre.

Cosa succederà di peggio in futuro ? Già si alzano voci orrende e sempre meno flebili contro il tennis tre su cinque ! Nel ciclismo si dice che ci sono almeno 80 corridori che possono vincere le corse intorno ai 200 chilometri, ma che si riducono drasticamente ad un massimo di 30 quando si passa alle corse oltre i 250 chilometri. Il vero ciclismo, appunto. Lo stesso principio è perfettamente applicabile anche al tennis.

Si introdurrà il fast-tennis con l’attuazione delle assurde regole con cui si è giocato il Masters della Next Generation ? Si accuserà di essere delle mummie ammuffite tutti coloro, sempre meno, che si opporranno al cambiamento ? Si cementificherà anche Wimbledon !?!?

Mala tempora currunt. Ma per quanto tempo ancora “correranno” nel tennis, nello sport e in tanto altro.. questi stramaledetti tempi oscuri ?

“Questo tempo che viene non darà dolore

Questo tempo passerà senza farci del male

Questo tempo passerà

O lo faremo passare”

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