Miami 2019: Canada Felix…ma alla fine Roger fa 101 !!!

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C’era una volta il torneo di Key Biscayne, ospitato nel Tennis Center di Crandon Park, a due passi da quella che viene definita la più incantevole spiaggia della Florida. Nell’estremo lembo di terra delle inospitali Everglades per più di trent’anni si sono esibiti i migliori tennisti del mondo in quello che venne definito pomposamente il quinto slam dell’anno; Key Biscayne fece parte fin da subito e con pieno diritto del circuito dei migliori nove tornei dell’ ATP. Ad un certo punto gli organizzatori si resero conto di un terribile torto che stavano subendo: le altre prove d’élite si disputavano in città come Parigi, Roma, Madrid, Montecarlo, Cincinnati, Montreal, Toronto mentre invece loro erano noti agli appassionati di tennis di tutto il mondo col nome di un sobborgo sito su un’isoletta quasi tropicale. Non sia mai, si dissero ! Da adesso in poi ci chiameremo Miami Open !

Detto fatto; anche se in pratica non cambiò nulla se non la denominazione ufficiale, comunque era già una mossa abbastanza basilare dal punto di vista del richiamo turistico-commerciale. L’anno scorso invece ci si accorse che il club stava inesorabilmente invecchiando quasi quanto gli abitanti della Florida che vengono a passare i loro ultimi anni qui. Impossibilitato a compiere una ristrutturazione al passo con i tempi, il torneo doveva in ogni modo rinnovarsi per non correre il rischio di farsi scippare il sostanzioso malloppo da qualche altra città americana o addirittura straniera. Da tutto ciò è nato l’ambizioso progetto di trasferire l’intera baracca in centro città, allestire campi provvisori e allestire un bizzarro centrale, in stile matrioska e smontabile come un Lego,  all’interno del colossale Hard Rock Stadium, nido della squadra di football dei Miami Dolphins.

Tutto molto american style. Ad ogni modo, il torneo va a incominciare orfano di Nadal, ancora una volta respinto dall’infido cemento. Tutti gli altri ci sono e si presentano ai nastri di partenza animati da propositi bellicosi: Federer vorrebbe il suo titolo 101, Djokovic non vorrebbe fare la fine che ha fatto ad Indian Wells, Zverev vorrebbe che gli passasse l’influenza, Thiem vorrebbe che la magia di qualche giorno fa si ripetesse.

Ebbene partiamo da Domenico: i sogni son desideri che si avverano una volta nella vita quando va bene… e se va male, neanche quello ! Scusate la brutalità, ma il giovane austriaco è stato vittima dell’implacabile legge Tommasi e se ne è tornato subito in Europa perdendo contro il polacco Hurkacz, già rivelazione in California; poco male se al turno successivo anche il giovane Hubert ha dovuto cedere il passo. Difatti il canadese-togolese Auger Aliassime sta bruciando le tappe e infila successi su successi: prima batte il magiaro Fucsovics, poi appunto il vincitore di Thiem, complimenti davvero.

Zverev, al contrario, va incontro ad un altro bruciante stop: lento e impacciato, si scioglie come neve al sole (e dirlo in Florida sembra una comica) dopo aver dominato il primo set contro il quasi ritirato David Ferrer che però sfodera una super prestazione: un tennista che gioca a cuor leggero a causa della definitiva decisione di appendere la racchetta al chiodo entro la fine della stagione è sempre assai temibile e Sascha lo ha provato sulla sua pelle. C’è da augurarsi che il suo stato di forma incerto sia dovuto ai postumi del malanno che lo ha debilitato di recente. Se per caso invece il suo indubbio regresso degli ultimi mesi è dovuto all’aumento della massa muscolare, allora il problema è più complesso e richiederà un percorso lungo in cui Zverev dovrà venir a patti col suo corpo in evoluzione. Trasformare un pioppo in un platano comporta sempre dei fastidiosi imprevisti.

Arrivo agli Dei: Federer gioca il suo primo match a scartamento ridotto contro il modesto moldavo Albot e se la cava per il rotto della cuffia, in seguito fatica un po’ a prendere le misure ad un tennista ben più dotato, il serbo Krajinovic, ma alla fine lo supera in due set. Djokovic, a dirla tutta, non sembra nemmeno lui tirato a lucido e patisce sia con Tomic che soprattutto con Delbonis, ma gli ottavi sono comunque raggiunti da entrambi.

Il nostro baldo rappresentante Fognini cede a Bautista Agut alternando piacevoli giocate a black out oltremodo lunghi e concedendo all’iberico filotti di punti superiori alle dieci unità, decisamente troppi. Raonic viene fermato da Edmund e dai cronici problemi fisici, infine Kyrgios riesce incredibilmente a fare il tennista professionista per due match consecutivi, ma non rinuncia a dare “spettacolo” provocando gli avversari con battute da sotto, polemizzando ferocemente con i giudici di sedia, addirittura litigando pesantemente con gli spettatori in prima fila. Ormai ho consumato i polpastrelli nel vano tentativo di dare un senso all’anima tormentata del Mentecatto, non mi resta che citare Guccini: “Quali parole son sulle tue labbra, chi fu il poeta o quale poesia ?
Lo sa il falcone (Hawk eye, giusto !) nei suoi larghi cerchi o lo sa sol la tua dolce pazzia ?”

Khachanov torna ad impersonare una parte che gli calza a pennello: la versione maschile di Camila Giorgi. Sparacchia con diligente costanza palle a tutta forza  fuori dalle righe, si arrabbia non si sa con chi e non si sa per cosa ed esce giustamente dal torneo per mano dell’australiano Thompson. Razionalità ed umiltà: evidentemente Karen non si era messo in fila quando queste due preziose ed indispensabili qualità venivano distribuite dal Creatore. Il valente aussie si specializza in estromissione dal torneo di “teste non-pensanti” facendo fuori con un duplice 7-5 anche quell’altro bel tipo di Dimitrov.

Opelka-Schwartzman è il match degli estremi: il gigante americano svetta con i suoi 211 centimetri, da lassù probabilmente riesce pure a scorgere le coste di Cuba,  si scontra con lo gnomo argentino, solo un metro e settanta, probabilmente raggiunto anche grazie alla benevola indulgenza di chi inserisce i dati nel database dell’ATP. Golia batte Davide, l’happy end non è di casa nell’arido mondo del tennis, ma c’è un divertente siparietto durante l’incontro: il progettista del nuovo centrale, “inscatolato” nello stadio che lo contiene, non aveva previsto che parti esterne della struttura riflettessero la luce del sole accecando così i servitori ad una certa ora del giorno. Il pivot Reilly si lamenta e pretende la sospensione, ma il piccolo Diego ribatte con dignità: “è un tuo problema perché sei troppo alto !!!”; ovazione per l’argentino, ha tutta la mia solidarietà.

Tsitispas avanza,  Cilic no: Marino appare in deciso declino, è un preoccupante indizio in tal senso farsi superare abbastanza nettamente da quel vandalo di Rublev che ancora non si capisce bene cosa vorrà fare da grande: lo deciderà in una successiva occasione perché qui si ferma nel mezzo derby contro Denis Shapovalov, il canadese di Russia.

Siamo agli ottavi di finale: il piccolo Auger Aliassime ha le stigmate da campione, fa secco anche il temibile georgiano Basilashvili e raggiunge così i quarti di finale di un Masters 1000 a soli 18 anni e provenendo dalle qualificazioni. Vuoi vedere che finalmente abbiamo scovato un ragazzo che si fa largo a spintoni, senza troppa educazione e si prende ciò che gli è dovuto ? Non resta che attendere per verificare. Mazzolatore Edmund invece si fa sopraffare da Isner, non comunque splendido splendente come l’anno scorso a queste latitudini, commettendo delle grosse ingenuità nei due tie break: nel primo aveva la situazione in pugno, ma sbaglia due colpi da censura, nel secondo  invece si ferma inspiegabilmente per una palla chiamata out da uno spettatore e perde giustamente punto e match; Long John ringrazia e porta a casa.

Kyrgios mostra tutto il suo campionario nel match contro Coric: all’inizio gioca da fermo perché menomato da un misterioso fastidio al ginocchio, si esibisce in colpi sotto le gambe quando lo scambio è troppo monotono e si annoia, prova volée al limite dell’impossibile, si concede palle corte improvvise eseguite anche a due mani e scaglia dritti al fulmicotone che atterrano sulle righe, il tutto ovviamente privo del benché minimo disegno tattico, a cadenza regolare gli errori macroscopici ovviamente abbondano. Al cambio campo si diverte a far roteare una bottiglietta d’acqua in aria nel tentativo di farla ricadere in piedi e quando ci riesce si concede dei sorrisi beati, non manca il solito plateale e brutale sfascio di racchetta, la feroce litigata con l’arbitro reo di non redarguire il pubblico pagante che a suo dire lo sta deconcentrando (nemmeno mi azzardo ad immaginare un Kyrgios concentrato perché la fantasia non mi manca, ma non ne possiedo in misura infinita), si becca il penalty point per oscenità verbali sul finire dell’incontro. Tennista ingestibile nel bene e nel male, genio e sregolatezza; Coric non è altro che uno spettatore come noi del Mentecatto Show e alla fine, diligentemente e senza fronzoli, come è logico che sia, prevale.

Tiafoe infrange i sogni di riscossa di Goffin, lo scontro tra lo Struzzo Anderson e il Canguro Thompson si dipana in due set lottati che il sudafricano incassa non senza penare e a notte fonda il duello tra le “giovani mani educate al bello” si risolve a favore di Shapovalov…e a sfavore di Tsitsipas.

Djokovic invece parte bene contro Bautista e lo inchioda con un agevole 6-1 nel primo set, ma il serbo non appare in fiducia: scuote la testa, lancia occhiatacce verso il suo angolo, è scuro in volto, boccheggia alla ricerca di aria fresca che non è certo di casa nella malsana e paludosa Florida. Nel secondo parziale il match comincia  sul serio, c’è equilibrio, i due concedono il servizio una volta a testa e la lotta sulle palle break si fa serrata, uno scroscio di pioggia interrompe l’incontro. Al rientro si prosegue nella massima incertezza fino ad un passo dal tie break, ma è lo spagnolo a chiudere prima il set grazie ad un dritto malamente spedito in rete da Nole. Un incontro che si era avviato come pura formalità si complica terribilmente: Novak cala in maniera ancora più vistosa e commette errori imperdonabili, l’inizio del terzo set è un susseguirsi di break e contro break, ma quello dei due in palese difficoltà è il numero uno del mondo. Si attende la reazione, ma non c’è; Bautista chiude con merito 6-3. Dopo Indian Wells Djokovic deve incassare un’altra eliminazione bruciante e inaspettata, il suo tennis funziona ad intermittenza, la mente non è serena, i motivi di questo calo post Melbourne non sono ancor ben definiti. La stagione sulla terra rossa pronuncerà un verdetto più chiaro.

La pioggia va e viene e quindi l’ultimo ottavo tra Federer-Medvedev è rinviato al giorno successivo: si prospetta un match incerto e duro e in effetti lo  è fino al quattro pari del primo set perché i servizi la fanno da padrone e non c’è alcuna possibilità per chi risponde. Poi l’equilibrio si rompe e il canovaccio dell’incontro segue quello che già a Dubai aveva consentito a Roger di dominare Coric e Tsitsipas:  battuta molto efficiente, dritto senza intoppi, deliziose variazioni ed improvvise accelerazioni a piacimento favorite dalla quasi totale assenza di ritmo forsennato, insolita concretezza sulle palle break. Il Cigno incanta e Danil, il Robottino, si inceppa, incapace di contrapporre uno straccio di contro tattica a quel tennis così sublime e diverso da quello che di norma deve fronteggiare. 6-4 6-2 con un parziale di otto giochi a due per Roger. Da segnalare tre gioielli che possono essere forgiati solo dal suo polso fatato: chop d’attacco lungo e fintato che intreccia le gambe del russo, passante incrociato di mezzo volo che Danil può solo guardar scivolare via, gancino in cross di contro balzo che costringe lo scorato moscovita a firmare la resa. Niente da dire, uno dei migliori match dell’anno per Federer.

Si entra nella fase calda del torneo con i quarti di finale, Isner tenta la disperata conferma del titolo affidandosi alla sua arma letale: il servizio fotonico. Bautista Agut tenta di contrapporsi nell’unico modo che gli è possibile: tesse la sua tela allungando gli scambi confidando nell’allergia di Long John al palleggio prolungato. Dal canto suo l’americano, da brava Penelope, disfa sistematicamente l’intreccio maligno dell’iberico cercando in ogni occasione di chiudere il prima possibile il punto: oltre alle battute assassine, non disdegna risposte risolutive e rischi spesso eccessivi col dritto a tutto braccio. Sta di fatto che, tra alti e bassi, il match è lottato e i due set si decidono al tie break, non certo una novità quando in campo c’è Isner. Il primo John lo domina 7-1, nel secondo invece parte malissimo, va sotto 0-3, sembra che la fatica si faccia sentire, ma poi recupera e con sollievo chiude l’incontro.

Per sapere chi sarà il suo avversario Isner si deve accomodare metaforicamente in tribuna e assistere al quarto che contrappone due giovanotti di belle speranze:  il già abbastanza affermato Coric e la nuova stella del firmamento Auger-Aliassime. Dopo qualche gioco di studio è il canadese a prendere in mano le redini del primo set, con accelerazioni e solidità da veterano si prende il break, poi lo restituisce subito, ma resiste al contraccolpo psicologico, riparte in quarta e si arrampica a set point, lo manca, cancella con un serve & volley una pericolosa palla break e si arriva così al sei pari. Insomma, si ha l’impressione che la partita la stia facendo in tutto e per tutto il quasi diciannovenne di Montreal e il tie break lo conferma: un grave doppio fallo e due rovesci sbilenchi di  Coric concedono all’avversario il vantaggio decisivo, Felix non si lascia certo pregare e chiude 7-3. Si pensa che ora Coric reagisca e, sia per maggiore freschezza che per maggior abitudine ad incontri di un certo livello, possa rimettersi in carreggiata ed invece accade tutt’altro: il croato si smonta, errori su errori lo allontano sempre più da ogni possibilità di recupero, dal canto suo Auger non si deconcentra di certo, si esibisce in giocate da applausi e il set scivola via rapido terminando con un eloquente 6-2. Questo tennista ha la tranquillità di un trentenne di valore, la lucidità tattica di un navigato professionista, coraggio e fiducia nel suo gioco, servizio robusto, sa alternare con naturalezza colpi piatti e potenti ad altri carichi e lavorati, non disdegna la discesa a rete…. avesse un cognome più corto sarebbe perfetto ! Aggiorniamo le cifre: settimo match vinto a Miami, primo teenager ad arrivare così lontano nel torneo dai tempi di Roddick, Felice di nome e di fatto.

Meno felici coloro che devono disputare gli altri quarti di finale perché il maltempo imperversa e devono scendere in campo a sera inoltrata quasi in contemporanea. Federer affronta Anderson, colui che osò compiere l’indecoroso oltraggio a Wimbledon. Il primo set è a senso unico, il povero Kevin non sa che pesci pigliare quando deve fronteggiare le palle avvelenate che quel beffardo elvetico gli propone con dovizia di varianti succulente e, le rare volte che ha il boccino in mano, il sudafricano non riesce a far altro che commettere errori a profusione. Il servizio non dà le sufficienti garanzie e il parziale si conclude con un umiliante 6-0. Si ricomincia e Federer si prende subito un break di vantaggio  per chiudere in fretta un match che non è mai iniziato, in tribuna si vede Mirka aggiustarsi il make up in attesa di uscire dallo stadio entro il prossimo quarto d’ora, ma siamo pur sempre in quel secondo set che crea ormai da mesi ostacoli spesso insormontabili al Cigno di Basilea. La dolce metà è costretta a riporre i trucchi in borsetta perché Roger si addormenta e restituisce il servizio. Si veleggia in equilibrio fino al 4 pari. L’elvetico sbaglia qualcosa di troppo, lo Struzzo toglie la testa dalla buca, si scuote di dosso i timori e comincia a macinare il gioco che lo ha reso temibile negli ultimi due anni. Il nono game è lunghissimo: ci vuole un quarto d’ora per completarlo e offre scambi di qualità, alla fine la spunta Roger che dopo innumerevoli palle break non convertite, senza un grave concorso di colpa a dire il vero, suggella il vantaggio definitivo con una risposta di rovescio contro balzo lungo linea che praticamente non offre una parabola degna di questo nome; allo scorato Anderson, che si è battuto come un leone per evitare di cedere il servizio fatale, non sarebbe bastata una vanga per tirar su quella palla e ributtarla al di là della rete. Grande match di Roger: il suo avversario, non al meglio perché reduce da un delicato infortunio, non è certo il tipo di tennista che predilige un ritmo indiavolato e la differenza di condizione ha fatto il resto.

Nell’ultimo quarto di finale il derby nordamericano offre una lotta serrata. Frances “orologio a pendolo” Tiafoe, per la camminata sincopata, batte i giusti rintocchi nel primo set e tic toc tic toc, con la sua regolare…regolarità, raggiunge il tie break vanificando i pur coraggiosi tentativi di Denis Shapovalov di incanalare il match sulla “ spettacolare via della seta”, vale a dire tocchi delicati e accelerazioni di rovescio. Prevale invece l’ “agevole sentiero del cotone” dell’americano che incamera il parziale grazie a bordate da fondo e pregevole solidità. Nel secondo set cambia il vento: Shapo è più concreto, Tiafoe molto meno: un suo lungo passaggio a vuoto porta il canadese sul 5-1, Frances non ci sta e tenta il miracoloso recupero che non gli riesce per poco, un ultimo turno di battuta gestito con autorità permette a Shapovalov di pareggiare i conti, 6-4. Si va al terzo e il copione non cambia: ai rovesci incantevoli del canadese, Tiafoe ribatte con mediocri drittacci storti e fuori misura, corre e si danna mettendola sul piano del fisico, ma a tennis gioca meglio l’altro e si nota. Denis sale in cattedra, si procura nuovamente due break di vantaggio, ma stavolta si guarda bene dal  riammette nel match Tiafoe. E’ semifinale per lui, la terza in un Masters 1000.

15 anni e 17 centimetri dividono Jonh Isner da Felix Auger Aliassime, i due contendenti danno vita ad una semifinale incerta, dura e scorbutica; un match caratterizzato da pochi scambi lunghi e tanti tentativi dall’una e dall’altra parte di chiudere il punto dopo tre o quattro palleggi. Due set fotocopia in cui si intuisce quanto il ragazzino sia vicino al salto di qualità definitivo, ci ha  creduto strenuamente e quasi è riuscito ad ottenere il risultato pieno. Compie l’eroica impresa di strappare il servizio al gigante americano in entrambi i set per poi però ricedere la battuta nel gioco successivo, menomato da una seconda palla deficitaria che lo tradisce fin troppo. L’inesperienza e l’emozione gli remano contro: “due volte sull’altar e due volte nella polvere” si potrebbe dire adattando per l’occasione il 5 Maggio di Manzoni. Isner è estremamente falloso da fondo, la differenza tra i due è palese, se un purista del tennis minacciasse John con il monito evangelico “non di solo ace vive l’uomo !” lui potrebbe beffardamente rispondergli “ Ah no ? Guardami e poi cambierai idea !”. Insomma il servizio lo tiene a galla, Felix  gli dà una grossa mano a non affondare del tutto e San Tie Break fa il resto: dieci set disputati nel torneo, nove su nove tie break vinti e un “anomalo” 7-5 a completare l’opera. In quanto ad Auger Aliassime bisogna solo tributargli un plauso enorme: è caduto all’ottavo match disputato, non gli si poteva chiedergli di più. Un talento cristallino, nato l’otto agosto come un certo svizzero di Basilea e anche questo vorrà pur dire qualcosa. L’immediato futuro è suo, su questo ci sono pochi dubbi. Isner conferma la finale dell’anno scorso e attende di sapere chi sarà il suo avversario.

L’attesa non è così lunga e l’incertezza si dissolve rapidamente: il Federer di questi mesi sembra andare a nozze con i giovani virgulti e dispone agevolmente in appena un’ora e un quarto del ventenne che si trova davanti. Semifinale deludente, va detto subito. Praticamente si decide dopo il primo interminabile gioco in cui alla fine Roger riesce a strappare il servizio a Denis, da lì è tutta discesa. Confuso e incerto sul da farsi, Shapovalov è bloccato e contratto, smarrisce la sua caratteristica fondamentale vale a dire la fluidità dei colpi e sbaglia di tutto e di più. Sarà scattata una sorta di complesso di inferiorità verso l’idolo d’infanzia ? Forse si; sta di fatto che si consegna al’avversario di sua sponte. Federer non fa altro che attuare il suo piano preferito: scambi corti, attacchi mirati, accelerazioni costanti per chiudere il punto alla svelta, un 6-2 senza appello. Nel secondo set la musica non cambia, ma Shapovalov evita il tracollo, gli si prospetta una minima speranza di rientrare nel parziale che vien però  infranta subito e il parzianel finisce con un più dignitoso 6-4. Sicuramente il giovane canadese se lo immaginava diversamente il suo debutto contro il Re del tennis, ha comunque disputato un grande torneo.

Insieme al suo amico fraterno Auger-Aliassime hanno dato un dirompete segnale di rinnovamento al circuito. Sono ormai, con tanti altri giovani, prossimi a diventare i protagonisti indiscussi della scena mondiale. Parafrasando ciò che si diceva nell’Ottocento del multietnico impero asburgico azzardo un temerario grido di esultanza: Canada Felix ! I tuoi futuri campioni provengono o discendono dai quattro angoli del mondo: Montenegro, Togo, Russia, Israele, Romania… la lista è infinita. Un crogiolo di nazionalità che fortificano e rendono sempre più vitale e moderno un paese tra i più civili del pianeta.

Insomma il torneo ha esaltato i giovani, ma in fondo arrivano due vecchi, anzi è la finale di un Masters 1000 con i due contendenti più anziani di sempre: 72 anni in due ! Un atto conclusivo a senso unico, un non-match, un allenamento non agonistico. Seguendo la competizione si era visto come Isner, pur essendo una sentenza al tie break, non era mai riuscito a sopravanzare uno dei suoi avversari in modo netto prima del gioco decisivo e questo suggeriva che da fondo era ben  poco brillante. Contro Federer la sua debolezza è oltremodo acuita e a dir la verità Roger non ha bisogno di particolari accelerazioni o variazioni per aver ragione di Long John, basta palleggiare in modo sostenuto, tenere la palla bassa e spostare diligentemente il gigante per incassare i punti. Il primo set è imbarazzante, Isner è in confusione anche alla battuta, non riesce mai ad entrare in gioco ed è in perenne ritardo e affanno sulla palla, cede addirittura il servizio per tre volte, evento più unico che raro,  un 6-1 tra i più netti mai visti in una finale. Nel secondo parziale, per disperazione, si butta in avanti ed attua sistematicamente il serve & volley, tattica non proprio nelle sue corde, ma dati i risultati nulli ottenuti rimanendo dietro non c’era altro da fare. Dato che il servizio dà segni di maggiore efficienza ecco che Isner fa suo qualche gioco in più, ma di mettere pressione a Federer in risposta non se ne parla. Quando il set sembra avviato al tie break, Roger con un colpo avvelenato costringe John ad un rapido cambio di traiettoria, l’americano compie un movimento falso e va a gravare con i suoi oltre 100 chili sulla caviglia sinistra. Non può più correre, né servire decentemente, il secondo set si conclude mestamente 6-4 con un ultimo game giocato solo per riempire il casellario del punteggio. Sarebbe cambiato qualcosa senza quest’imprevisto ? Sinceramente direi di no: la differenza tra i due in questa finale è stata abissale.

Cosa dire su Federer ? I miei polpastrelli si rifiutano di indugiare a lungo sulla tastiera. Infinito, ennesimo titolo, il 101esimo, Masters 1000 numero 28, terza finale negli ultimi tre tornei con due successi di prestigio, gioco a tratti spumeggiante, fa divertire, fa sognare e va solo ammirato. Tra due settimane si torna sulla terra. In ogni senso.

Autore

Nicola Vaselli


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